Obama

Data: 06.07.2010

Giovanna Zincone, La Stampa 4 Luglio 2010

Nel mito americano e in quello italiano le immagini delle migrazioni sono speculari. Il Presidente Obama ha voluto ricordare con forza nel suo discorso all’American University che gli Stati Unitisono diventati una grande nazione grazie all’immigrazione. L’Italia, invece, sente ancora l’impronta del suo passato di paese di emigrazione. 
Nel nostro dibattito pubblico, alla visione idealizzata dell’emigrato italiano, si contrappone quella dell’immigrato in Italia, presentato fin troppo spesso come un fastidioso e talvolta pericoloso estraneo. Questa persistente diversità tra i due paesi nella rispettiva raffigurazione del fenomeno migratorio si riflette, in particolare, nelle leggi che regolano la trasformazione da straniero in cittadino. Negli Stati Uniti, i figli di immigrati diventano cittadini alla nascita e agli adulti bastano cinque anni di residenza per naturalizzarsi. I nati nel nostro paese devono aspettare di arrivare a 18 anni, e dimostrare di essere sempre vissuti qui, per diventare italiani. D’altra parte, per i discendenti di americani all’estero non è facile ereditare la cittadinanza: già i figli dei primi emigrati nati all’estero devono avere entrambi i genitori americani, o uno solo dei due ma con un provato periodo di residenza nella madre patria. Da noi, invece, basta un solo nonno italiano per poter diventare cittadini.
Ma, al di là dei miti speculari radicati nel passato dei due stati e delle loro persistenti diversità giuridiche, Italia e Stati Uniti si trovano oggi ad affrontare problemi simili. L’immigrazione irregolare è certamente uno dei grossi nodi, duri da sciogliere per entrambi. È una di quelle questioni in cui la politica si trova in trappola, perché non esiste una soluzione priva di costi.Come ha ricordato Obama, non regolarizzare implica una perdita per il fisco: gli irregolari che lavorano in nero non possono pagare né tasse, né contributi. Favorisce lo sfruttamento di queilavoratori e quindi una potenziale concorrenza al ribasso con i lavoratori nazionali. Pone limiti all’ordine pubblico perché se vittime di reati gli irregolari non possono denunciare. Ma non è immaginabile – ed anche questo Obama ha ricordato – espellere numeri così elevati di persone sia per questioni logistiche, sia perché sono di fatto tasselli troppo importanti delle economia nazionale. Aggiungo che lasciare le cose come stanno significa pure aggravare dannose tensioni con gli Stati di provenienza.
I governi di quei paesi potrebbero essere disposti a rafforzare i controlli sull’emigrazione clandestina, ma vogliono avere in cambio la regolarizzazione dei loro cittadini già emigrati. Non solo Obama, ma anche le precedenti amministrazioni hanno avuto forti pressioni in tal senso dal Messico. Inoltre, irregolari, regolari, immigrati naturalizzati appartengono spesso alle stesse famiglie, alle stesse comunità, e ciò significa che le pressioni in favore delle regolarizzazioni provengono anche da attuali o potenziali elettori. In Italia, quella degli immigrati diventati cittadininon è ancora una lobby forte, come lo è ad esempio la comunità ispanica negli Stati Uniti, ma inentrambi i paesi contano le influenti pressioni dei datori di lavoro e delle benevole organizzazioni religiose.
Questo insieme di fattori sposta la bilancia tutta in favore delle regolarizzazioni? Direi proprio di no. Sull’altro piatto pesa e molto il giudizio prevalentemente negativo dell’opinione pubblica, della maggioranza dell’elettorato. Nell’ultimo sondaggio Transatlantic Trends, effettuato in vari paesi europei e negli Stati Uniti, il 48% degli intervistati americani si dichiara contrario (44% favorevoli,6% dipende), contrario è pure il 51% degli italiani (36% favorevoli, 13% dipende). Si capisce quindi perché gli Stati Uniti abbiano aspettato tanti anni, dal 1986, a lanciare un’altra regolarizzazione di massa. E perché i recenti tentativi bipartisan di Bush nel 2006 e nel 2007 siano falliti. Quanto a noi, a partire dallo stesso 1986, ne abbiamo fatte ben sei di regolarizzazioni, sempre però promettendo che sarebbe stata l’ultima, e poi vantando di volta in volta l’adozione di criteri più severi rispetto a quelle varate da governi di colore diverso. Da un certo momento in poi, i decisori italiani, di qualunque maggioranza, hanno messo molta cura nel contrapporre ‘sanatoria’ a ‘regolarizzazione’.
La prima, tipica del passato, viene presentata come un colabrodo privo di requisiti, la seconda, quella varata dal governo in carica, è invece una seria e severa selezione dei meritevoli. La prima rappresenterebbe un semplice regalo all’illegalità, la seconda è invece accompagnata da dure ed efficaci misure di contrasto dell’immigrazione clandestina. La differenza tra i due tipi di misure è in parte reale, in parte retorica, ma in politica la retorica è un elemento costituivo della realtà. Obama lo sa, e la sua proposta di regolarizzazione è un po’ in salsa italiana. Dichiara di non voler farela ‘blanket amnesty’, una sanatoria indiscriminata sgradita agli americani; non approva ma capisce le paure che hanno spinto recentemente l’Arizona a negare diritti fondamentali agli immigrati clandestini; accompagna la proposta di regolarizzazione con l’obbligo per i rogolarizzandi di seguire un percorso di rientro nella legalità. Obama vanta un già avvenuto maggiore contrasto dell’immigrazione clandestina attraverso il controllo delle frontiere. Promette controlli ulteriori e punizioni per chi impiega irregolari, ma soprattutto promette di alleggerire i gravami burocratici per chi vuole entrare regolarmente. È presto per dire se Obama riuscirà a convincere di nuovo un po’ di repubblicani. Non sappiamo quanto conteranno le spinte e le lobby a favore e contro, né quanto peserà l’apertura della compagna per le elezioni di medio termine. Non è chiaro, quindi, se questa volta, dopo tanti anni, la regolarizzazione di massa riuscirà a sfondare anche al di là dell’Atlantico.
Ma sia noi che loro potremmo provare ad assaggiar una ricetta spagnola. Lì non si espellono quegli irregolari che mostrano un radicamento nel paese: ad esempio quelli che lavorano, che mandano ifigli a scuola. Eviteremmo così di non volere le regolarizzazioni, ma di volere, allo stesso tempo, regolarizzare il papà di quello studente tanto buono e bravo, quel decoratore così puntuale e capace.
Qualunque misura, se a piccole dosi, si nota meno.

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