Nuovi italiani, nuova musica. Cittadinanza con ogni mezzo (ita)
Data: 01.02.2012
Di Viviana Premazzi e Matteo Scali, 2 febbraio 2012
I flussi migratori che interessano il nostro Paese stanno vivendo cambiamenti importanti: se da un lato si assiste ad una ripresa del dibattito su quanto l'Italia stia tornando ad essere un Paese di emigrazione interna ed internazionale dall'altro negli ultimi decenni l'immigrazione ha assunto caratteristiche di permanenza e stabilità, trasformandosi da migrazioni per lavoro a migrazioni di popolamento.
(ita)Le prospettive di stabilizzazione dei percorsi migratori degli immigrati in Italia rappresentano uno dei temi prioritari dell'agenda politica italiana, che si intreccia, talvolta, con il significato attribuito all'identità nazionale, la preoccupazione nei confronti di scenari ampi come quello paventato dal terrorismo internazionale o la garanzia di un reale pluralismo religioso. Il radicamento degli immigrati nel nostro Paese ha, inoltre, portato all'affermarsi in Italia di un nuovo soggetto: le seconde generazioni, i «figli di immigrati e non immigrati» come si definiscono essi stessi nel blog della Rete G2-Seconde Generazioni. «Giovani che non hanno compiuto alcuna migrazione, ma che, anche se nati all'estero, senza un'emigrazione volontaria, sono stati portati in Italia da genitori o da altri parenti». Una popolazione che all'inizio del 2009 era costituita da oltre 800 mila minori e da più di 300 mila ragazzi e ragazze fra i 18 e i 24 anni, complessivamente pari al 30% degli stranieri residenti.

Centinaia di migliaia di figli dell'immigrazione che vengono considerati spesso una “posterità inopportuna” (Sayad), un ospite (indesiderato o meno) che contiene al suo interno un ossimoro: lo “straniero non immigrato”. Accade così spesso che questi giovani si trovino ad essere stranieri sia nel Paese di origine dei genitori (che spesso non hanno mai visto) sia in quello di destinazione (nel quale sono spesso nati e/o cresciuti).
Superare l'attuale concezione della cittadinanza
Questi giovani, che hanno compiuto nel nostro Paese parte o tutto il percorso di socializzazione dall'infanzia all'adultità, rimangono esclusi dalla concessione della cittadinanza, ancora articolata intorno al principio dello ius sanguinis, e che, inoltre, non viene concessa automaticamente, ma è subordinata al possesso di determinati (e spesso discrezionali) requisiti. “Questa concezione della cittadinanza per concessione e non in quanto diritto appartiene al passato e va superata” ci dice Ezequiel Iurcovich, esponente della Rete G2-Seconde Generazioni. “I miei trisavoli, - prosegue - 140 anni fa lasciarono l'Impero Russo per trasferirsi in Argentina. Io vivo da 26 anni in Italia. Nella mia genealogia c'è anche un nonno che lasciò l'Italia per cercare l’America. Sono italiano”.
Nonostante l'esclusione formale, però, parte della generazione di figli di immigrati si sta interrogando in relazione al proprio ruolo e alle modalità per partecipare attivamente in società: nell'espressività artistica, nella scuola, nella rigenerazione dal basso degli spazi pubblici urbani e nella presenza e nell'azione nelle nuove micro-sfere pubbliche offerte dal web.
Riprendendo le parole di Henry Jenkins sembra di essere testimoni di una nuova “età della partecipazione inaugurata dalla rete” che appare carica di promesse e che ha tra i suoi protagonisti anche le seconde generazioni che sperimentano forme di cittadinanza attiva e scambio di conoscenze. Per i giovani di seconda generazione è diventato sempre più urgente e anche più facile, grazie, appunto, alle nuove tecnologie, prendere parola a partire dalla propria condizione “di mezzo”, ponte tra due generazioni e due comunità. L'impegno concreto delle seconde generazioni appare oggi non più solo rivendicativo, ma costruttivo e l’interesse non è più rivolto esclusivamente alla propria comunità, ma all’intera società.
Hip hop di seconda generazione
Uno degli esempi più comuni che si possono incontrare nella rete, è quello dell'hip hop di seconda generazione. Sono molti i giovani, le cui origini risalgono ad altri Paesi, a cimentarsi nel fraseggio ritmato e nei testi che esprimono la complessità dell'avere una “faccia da straniero nella mia nazione”, come canta Amir, rapper figlio di immigrati a Roma.
Negli ultimi decenni l'hip hop è cambiato profondamente assumendo sempre più i contorni di una sottocultura totalizzante, che presenta per definizione una pluralità di facce e stili, difficile da inquadrare in modo univoco. È tuttavia quando la musica incontra le rivendicazioni legate alla propria condizione di vita, che si possono incontrare degli elementi interessanti di analisi.
È il caso di Valentino Ag, rapper romano, che con il brano "Sono nato qui", ha dato il suo contributo per supportare il documentario “18 Ius Soli”1. A leggere alcuni estratti dal brano, si percepiscono molti degli elementi legati ad una doppia appartenenza e all'orgoglio che ne discende.
"Sono nato qui" by Valentino Ag from 18 Ius Soli soundtrack
Ancora fa strano sentirmi parlare romano
Non è per il colore che non ci capiamo
Vuoi capire il mondo in cui viviamo?
Come te son cresciuto pasta burro e parmigiano
(...)
Sono nato qui ma porto da lì
le mie radici vive dentro
se tu mi vuoi tagliare fuori anche se non c'entro
io continuo a darci dentro
(...)
Mi dici complimenti parli bene la mia lingua
ma sono io che te la insegno prima che si estingua.
È invece un manifesto culturale, oltre che un manifesto di un'esistenza innestata profondamente in una metropoli come Milano, quella che si ritrova nelle metriche e nelle rime di Zanko, siriano di origine ma profondamente milanese nello stile. Zanko insieme ad altri giovani musicisti nel 2008 era stato uno dei protagonisti del cd “Straniero a chi?” a sostegno della causa G2.
Zanko El Arabe Blanco - " Essere Normale"
Zanko El Arabe Blanco - "Stranieri in ogni nazione"
Tra i tanti, c'è anche chi ha fatto strada, come Amir, già citato prima, che, dopo il suo primo album “Uomo di prestigio”, uscito nel 2006, nel 2011 ha scritto parte della colonna sonora del film Scialla! (Stai sereno) di Francesco Bruni. Amir agli esordi era stato etichettato dalle case discografiche come il “rap per immigrati”, definizione che, in quanto seconda generazione (figlio di una coppia mista) non ha mai tollerato (come ha raccontato in un'intervista all'antropologo Emilio Giacomo Berrocal): «Io non sono un immigrato, sono italiano, sono figlio di un immigrato che è un discorso ben diverso. Dall'esperienza che ho avuto ho notato che il figlio dell'immigrato e l'immigrato vengono messi sullo stesso piano, quando non ci si rende conto che il figlio dell'immigrato, che è nato qui in Italia, ha incontrato probabilmente anche lui delle problematiche, ma diverse da quelle che ha incontrato suo padre o sua madre che vengono da un altro Paese».
Amir - Paura di Nessuno - Non Sono Un'Immigrato
Con il suo secondo album dunque, Amir non ha voluto inserire nessun pezzo che parlasse di immigrazione o dei problemi dell'integrazione: «Io so benissimo che potrei avere molto successo se facessi un disco che si chiama “Seconde generazioni”, in cui parlo esclusivamente dei problemi dei ragazzi figli di immigrati, ma sarebbe qualcosa di costruito, perchè non è stato così per me. Non ho avuto problemi. Lo so che tutti restano delusi, che quando vado a parlare tutti si aspettano che io dica “ah, c'ho avuto un sacco di problemi, mi chiamavano negretto”. No, io gli dico “ho avuto una vita tranquilla, normale”. Gli unici problemi che ho avuto sono stati a livello istituzionale, quando mi fermava la polizia, quando sono andato a fare dei documenti, le facce strane che facevano quando si vedeva scritto Issaa Amir».
Se determinati stili come il rap o le trasfomazioni del reggae – più direttamente associabili ai giovani discendenti di migranti delle periferie urbane o più vicini al concetto di diaspora o di subculture ribelli – sono forse più popolari tra i giovani di origine straniera, questo non si traduce comunque in forme nette di identificazione musicale.
Un panorama complesso, dunque, e allo stesso tempo un laboratorio perenne di integrazione ed espressività in grado di essere parte integrante di un impegno nella società che non si esaurisce nella testimonianza di una condizione di vita. È il caso, ad esempio, del laboratorio On the move, che racchiude generi, generazioni e stili differenti che trovano in questa sottocultura l'opportunità di espressione e un senso di appatenenza plurimo.
On The Move - Generazione In Movimento
Un impegno sociale e culturale
Ci troviamo oggi in presenza di una nuova generazione che non si accontenta più solo di esserci, ma che vuole partecipare attivamente alla costruzione di significati offendo la propria testimonianza: una generazione che reclama il diritto di essere coinvolta e che cerca quotidianamente di conquistare online e offline i propri spazi di azione e rivendicazione. Durante un'intervista, Omar Jibril, presidente dei Giovani Musulmani d'Italia, ha voluto sottolinearci la consapevolezza di essere parte della società: «Il nostro impegno è cresciuto in maniera esponenziale. Ognuno sente che può e deve dare e fare qualcosa e non solo per l'associazione, ma per l'intera società». I giovani di seconda generazione, spesso riuniti in associazioni, partecipano attivamente alla vita politica del Paese, discutendo le politiche migratorie nazionali, prendendo parte a convegni sull’immigrazione in Italia, e organizzando e promuovendo essi stessi, eventi e iniziative sociali e culturali, contestando stereotipi e pregiudizi di cui sono vittime con tutti i mezzi a disposizione e rivendicando un ruolo attivo nella costruzione di una nuova società “diversamente italiana”.
E' quanto sta avvenendo, ad esempio, con la campagna "L'Italia sono anch'io" che, non a caso, è stata lanciata proprio nel 2011 e che si concluderà nel febbraio 2012: “Abbiamo voluto farla quest'anno per i 150 anni dell'Unità d'Italia – dice Ezequiel - Mentre si festeggia l'anniversario è necessario chiedersi: come vogliamo che sia l'Italia del futuro? Nel 2061 che Italia ci aspettiamo di avere? Il 2011 è anche l'anno del censimento e quello che probabilmente fotograferà saranno un gran numero di giovani che potrebbero essere un'enorme ricchezza per l'Italia in questi tempi di crisi e che invece si trovano esclusi dalla storia del Paese”.
La campagna “sostiene due proposte di legge per una riforma del diritto di cittadinanza che preveda che anche i bambini nati in Italia da genitori stranieri regolari possano essere cittadini italiani e che venga attuata una semplificazione del percorso di acquisizione della cittadinanza per chi è arrivato in Italia molto piccolo e ha frequentato qui le scuole” racconta Ezequiel. Non si tratta solo di mettere in discussione il principio dello ius sanguinis a favore dello ius soli, cambiando le modalità di acquisizione della cittadinanza, da una trasmissione per via parentale ad una acquisizione legata alla nascita sul territorio dello Stato. Si tratta di comprendere fino in fondo la trasformazione antropologica che stiamo vivendo, in relazione al vissuto di centinaia di migliaia di persone. Una condizione definita da Napolitano come “un'autentica assurdità. Permettere ai nati in Italia di diventare cittadini italiani soddisferebbe una aspirazione che dovrebbe corrispondere anche ad una visione nazionale di acquisizione di giovani nuove energie in una società largamente invecchiata”.
Oggi chi è nato in Italia al compimento del 18esimo anno di età ha un anno di tempo, se possiede tutti i requisiti e la documentazione, per chiedere la cittadinanza. L'esistenza di queste regole non è nota a tutti gli interessati ed è per questo che la Rete G2 è impegnata anche in un'altra campagna: “18 anni in Comune” promossa insieme ad Anci e Save the Children il cui scopo sollecitare il maggior numero di Sindaci ad informare tempestivamente le seconde generazioni – cioè i minori nati in Italia da genitori stranieri - sulle modalità di acquisizione della cittadinanza al compimento della maggiore età.
Un'”odissea” burocratica per diventare italiani che ha il volto di molte storie, tra cui quella di Ezequiel: “Nel mio caso ad esempiodopo essermi trasferito insieme ai miei genitori da Roma e Modena, sono stato cancellato dall'anagrafe di Roma, ma non sono stato registrato nell'anagrafe di Modena per un problema burocratico. Per questo io risulto non residente sul suolo Italiano per alcuni mesi pur non avendo mai lasciato l'Italia. E questo è risultato essere un grandissimo ostacolo nella mia richiesta di cittadinanza. Idem nel caso di periodi trascorsi all'estero per vacanze o problemi di salute”.
La cittadinanza rappresenta un passaggio chiave nel percorso di piena integrazione e acquisizione di pieni diritti e doveri e probabilmente non è un caso che le campagne di informazione, sensibilizzazione, mobilitazione intorno al tema stiano trovando il sostegno di molti e molte italiani e italiane.
Le seconde generazioni, da parte loro, si stanno impegnando con ogni mezzo per uscire da gabbie etniche in cui troppo facilmente altri vorrebbero rinchiuderli e confinarli. Il rap delle seconde generazioni dimostra proprio questo e se altrove l'uso del genere ha contribuito a creare forti identificazioni per altrettanto forti rivendicazioni, in questo caso diventa uno strumento per poter reinterpretare le loro molteplici appartenenze e per contribuire alla costruzione di una nuove società realmente inclusiva e rispettosa delle differenze.
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1 18 ius soli è il primo documentario grass-roots italiano ad affrontare il tema del diritto di cittadinanza per chi è nato e cresciuto in Italia da genitori immigrati. Vincitore del Premio Gianandrea Mutti, diretto e prodotto nel 2011 dal regista bolognese di origini ghanesi Fred Kuwornu racconta con il linguaggio della docu-fiction la storia di alcuni "nuovi Italiani" , ma al tempo stesso promuove il dibattito legislativo e culturale sul diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia sebbene da genitori immigrati.



