Verso chiese multiculturali: l'integrazione nelle comunità protestanti

Data: 20.11.2011

A cura di Matteo Scali.
Con un'intervista a Maria Bonafede, Moderatora della Tavola Valdese.

Il tema dell'integrazione degli immigrati tralascia spesso il ruolo fondamentale che le Chiese svolgono nel processo di conoscenza e reciproco adattamento tra società ospitante e nuove presenze. Il ruolo delle Chiese viene infatti comunemente associato all'insieme delle attività di prima assistenza che pure ricoprono un ruolo centrale nell'accoglienza e cura dei neoarrivati, spesso anche con in modo supplettivo alle prerogative che dovrebbero essere dell'ente pubblico.

Minor spazio è invece concesso alla mediazione interculturale che la complessa e frastagliata geografia ecclesiale italiana conduce quotidianamente, partendo da quello che per una quota consistente di immigrati rappresenta una dimensione difficilmente negoziabile e radicata nel profondo: l'appartenenza religiosa come elemento primario della propria appartenenza culturale ed identitaria. Non è infatti mistero come molte delle società di partenza di chi giunge in Europa, non abbiano subito, se non molto superficialmente, i processi di secolarizzazione che hanno interessato in particolar modo il Vecchio continente e che quindi per molti e molte immigrati e immigrate la dimensione religiosa assuma una rilevanza fondamentale nel

 processo di mediazione con il mondo esterno e con l'altro da sé.

Il panorama religioso italiano d'altro canto non è mai stato così complesso e frastagliato dal dopo-guerra ad oggi. I flussi migratori degli ultimi vent'anni da un lato e l'apertura degli orizzonti culturali e geografici degli italiani dall'altro (dovuti ai processi di mondializzazione e al diffondersi delle tecnologie digitali legate al web) hanno profondamente mutato quella che con poche eccezioni (come la diaspora protestante dei primi decenni dopo l'Unità d'Italia) era considerato un panorama pressoché monocolore di tradizione cattolico-romana.

Quanti protestanti?

Proprio le esperienze di accoglienza e mediazione culturale delle piccole comunità protestanti italiane, rappresentano un caso su cui è interessante soffermarsi. Oggi le cifre parlano di una percentuale di popolazione immigrata di fede protestante che si aggira intorno alle 200.000 presenze (Dossier Caritas 2011) pari al 4,5% degli immigrati stranieri regolari.

A questo punto è necessaria una premessa importante, per spiegare il terreno su cui ci si muove in merito alle stime sull'appartenenza religiosa degli immigrati. Scrive Roberta Ricucci (FIERI):

Ragionare di cifre allorché si parla di appartenenze religiose significhi muoversi su un terreno incerto, specie quando si tratta della religiosità degli immigrati. Infatti, per definire quanti musulmani - ma anche ortodossi, induisti, buddisti, ecc. - ci siano fra gli immigrati, il metodo utilizzato consiste nel proiettare sugli immigrati soggiornanti le appartenenze religiose riscontrate nei Paesi di provenienza. In pratica si presuppone che la composizione religiosa delle comunità straniere sia analoga a quella presente nei Paesi di origine, senza però tener conto, ad esempio, di come l’atteggiamento religioso possa cambiare nel tempo o di come la religiosità in emigrazione possa trasformarsi, affievolendosi o rinvigorendosi. Ragionare di religione e immigrazione significa dunque ragionare su stime, avvertenza, peraltro, che va premessa a qualsiasi ragionamento quantitativo sull’immigrazione in Italia: il numero degli irregolari e dei clandestini è, ovviamente, una stima, ma lo è anche il numero dei soggiornanti regolari, poiché i dati non tengono conto degli infraquattordicenni e di coloro che hanno un permesso di soggiorno in corso di rinnovo.

In merito a questo tema, segnaliamo il volume di Franco Garelli, "Religione all'italiana", di cui pubblichiamo un estratto in questa pagina.

Il mondo delle chiese evangeliche in Italia è stato interessato in modo importante dai flussi migratori provenienti dall'Africa, dall'America Latina e dall'Asia. Per quanto riguarda il protestantesimo storico si parla di una media stimata intorno al 20% dei membri di chiesa: le chiese metodiste italiane accolgono circa il 20% di membri di origine straniera; minore la percentuale tra i valdesi (10-15%), probabilmente per via della forte concentrazione dei membri di chiesa in quelle che comunemente sono definite le “Valli valdesi”, poco toccate da fenomeni migratori consistenti. Le chiese battiste invece vedono una presenza di membri di origine immigrata superiore al 20%. I dati sono forniti da Paolo Naso, coordinatore del progetto Essere chiesa insieme (ECI), che, in seno alla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, prova a tracciare una rotta per definire il futuro del protestantesimo in Italia, che non potrà ignorare l'immigrazione.


Guarda il video di presentazione del programma Essere Chiesa Insieme (RBE)

Essere Chiesa Insieme

Il progetto ECI riguarda l'insieme delle chiese evangeliche aderenti alla FCEI e se da un lato si propone come una dimensione simbolica auspicabile che guardi ad un orizzonte ecclesiologico comune tra italiani e stranieri all'interno di una sola chiesa, dall'altro in questi anni è stato il luogo ove le le Chiese hanno potuto trovare e condividere strumenti e indicazione di lavoro, analisi e liturgie che tenessero conto della ricchezza culturale della parte immigrata della chiesa; una sorta di accompagnamento delle comunità nel processo di accoglienza di membri di chiesa immigrati.

Si può definire una geografia ecclesiastica dell'urgenza di questo processo – dice Paolo Naso - che si dirama in una direttrice ideale che parte da Parma, sale a Modena e Reggio Emilia, poi passa da Bologna, Piacenza, sale a Brescia a Bergamo e arriva sino a Pordenone. Lungo questa linea immaginaria la questione è letteralmente esplosa e ci sono state chiese completamente rigenerate dall'immigrazione”. Una di queste è la chiesa metodista di Modena, che, come racconta il pastore Charbonnier, era tradizionalmente (anche dal punto di vista amministrativo) una piccola diaspora, tutta italiana, della più grande comunità metodista di Bologna. La forte immigrazione Ghanese che negli ultimi due anni ha coinvolto la città degli Este ha ribaltato i tradizionali equilibri, tanto che oggi la comunità metodista di Modena ha assunto caratteristiche del tutto inedite, arrivando a contare il 95% dei membri di chiesa originario del Ghana e solo il 5% di origine italiana. Anche le stesse dimensioni delle due comunità hanno subito un riequilibrio tanto che oggi, dice sempre il pastore, si possono considerare due comunità ben distinte. "Credo - dice il pastore Michel Charbonnier - che sicuramente gli elementi dove c'è maggior bisogno di confronto costante e ricerca e tentativo di costruire nuovi modi di essere chiesa si ritrovino nella dimensione liturgica: il momento del culto è un momento fondamentale della vita della comunità ma è anche il momento in cui le influenze culturali delle diverse componenti sono maggiori e la necessità di un confronto è necessario".

Una ricerca complessa

La ricerca e la sperimentazione liturgica coinvolgono dimensioni molto diverse del rapporto con la Chiesa dove "le differenze e le diverse visioni culturali si percepiscono nel livello di comprensione di cos'è la chiesa e di cosa la chiesa dovrebbe fare, oltre alla visione di quali siano le priorità della chiesa e quale la sua struttura ed organizzazione".

Il momento liturgico in parte racchiude molti di questi elementi e dunque è necessario soffermarsi su come cambi la liturgia in chiesa con una presenza numericamente consistente di immigrati. Il pastore Charbonnier parte nel suo racconto da un elemento basilare: la lingua. "Il fatto stesso che vi siano delle persone che parlano lingue diverse e che arrivano in Italia senza ancora conoscere l'italiano, mostra la necessità di trovare dei modi e delle forme attraverso cui all'interno del culto possano convivere lingue e linguaggi diversi. Parlo di linguaggi perchè sicuramente la musica è un elemento da non trascurare. C'è bisogno di grossa elasticità per includere tradizioni ed abitudini liturgiche diverse nelle quali, accanto all'innologia e alla musica tradizionale conosciuta dal mondo protestante italiano si introducano canti che possano essere, quando ci sono, relativi ad una tradizione condivisa (inni che siano gli stessi in italiano o in inglese e francese) oppure che siano al di fuori della tradizione protestante italiana; elementi della cultura liturgica delle persone che vengono a far parte della comunità. L'idea di fondo è quella che ogni culto debba riflettere il più possibile la fede la spiritualità e il modo di essere chiesa e pregare, delle persone che vi partecipano". 

Un altro punto di mediazione riguarda l'utilizzo stesso degli spazi del culto e della corporeità della persone all'interno di questi spazi. "Mentre noi in Italia siamo abituati a fare due solo movimenti durante culto (alzarsi e sedersi) in realtà vi sono molte altre tradizioni culturali in cui la corporeità è centrale: la propria fede viene espressa con il corpo, la danza, l'inginocchiarsi, l'alzare le mani mentre si prega".

Il caso di Modena è certamente peculiare, ma situazioni (seppur minori dal punto di vista dell'incidenza immigrata) si ritrovano nelle chiese protestanti dei maggiori centri della pianura padana.

Corinne Lanoire, docente di Antico Testamento alla Facoltà Protestante di Teologia di Parigi in un'intervista, conferma questa profonda relazione parlando del corso per predicatori locali cui hanno partecipato decine di immigrati membri delle chiese metodiste italiane.

Guarda il video della conferenza stampa di Essere Chiesa Insieme (Sinodo Tv/RBE)

A Pisa, città universitaria, la presidente del Concistoro della Chiesa valdese cittadina, Bridget Mah Fomundam, viene dal Senegal. È arrivata in Italia 16 anni fa, “portando – dice lei – tutti i miei problemi di immigrata: come moglie con i figli piccoli,a trovare un marito che era già in Italia. Come donna già istruita a casa mia che trova come unico orizzonte lavorativo il fare badante. Sono arrivata con i problemi della mia cultura, molto diversa da quella italiana. Sono arrivata da protestante in un paese a maggioranza cattolica. La chiesa è stata per me un trait d'union tra la mia cultura e il posto dove mi trovavo”. I problemi ci sono stati anche nell'inserimento nella Chiesa, ma, precisa, è in questo che si vedono le differenze tra la Chiesa e il resto della società. “Mi sono allontanata una volta dalla Chiesa perchè c'erano cose che non riuscivo a capire. La Chiesa mi è venuta a cercare e questo è stato per me una cosa molto importante perchè non sono stata vista come semplici mani da lavoro, ma come una persona”.

Proviamo a raccontare il senso generale di questo fenomeno attraverso un'intervista alla Moderatora della Tavola Valdese, la pastora Maria Bonafede.

FIERI: La presenza straniera in Italia è in costante aumento. Tra gli immigrati, dicono le statistiche (Caritas 2010), circa il 3% della popolazione (140.000 persone) si dichiara protestante. In Italia le minoranze protestanti storiche hanno sempre rappresentato una percentuale molto inferiore rispetto alla popolazione complessiva. Dal punto di vista simbolico e pratico, l'arrivo di così tante persone da Chiese protestanti africane, asiatiche e sud americane, in cosa si traduce e quale significato ha per una chiesa di minoranza in Italia?

MARIA BONAFEDE: Da tempo, confortati da alcuni studiosi, affermiamo che i dati sulla presenza degli immigrati evangelici in Italia sono sottostimati. La fonte primaria utilizzata dalla Caritas per stimare la cifra di 140.000 immigrati evangelici è infatti costituita dall'Annuario Pontificio che evidentemente ha uno sguardo particolarmente concentrato sui cattolici e su di essi soltanto. Altre fonti, ad esempio la Segreteria di Stato degli Usa indica dati diversi e probabilmente saremo più vicini al vero affermando che gli immigrati evangelici in Italia sono tra 200.000 e 300.000. (Nel tempo intercorso tra l'intervista e la sua pubblicazione è uscito il rapporto 2011 della Caritas che aggiorna il numero di presenze intorno alle 200.000 unità, pari al 4,5% degli immigrati regolari - Ndr)

In ogni caso si tratta di una cifra consistente che acquista ancora maggiore rilievo se si pensa a come in questi ultimi decenni è cambiato il quadro religioso nazionale. L'Italia è storicamente stata raffigurata come un paese massicciamente cattolico con alcune presenze "accidentali" quali valdesi e ebrei. La realtà di oggi è molto diversa e lo percepiamo entrando in una scuola o passando da alcuni quartieri delle nostre città. Anche l'Italia "cattolica" è oggi un paese ormai multiculturale e multireligioso. Il problema italiano è che non vi è piena coscienza culturale e politica di questa realtà. La presenza di tanti immigrati sta cambiando anche le nostre chiese e siamo così posti di fronte a un grande cambiamento che conferisce al protestantesimo italiano e quindi anche alla chiesa valdese un profilo nettamente multiculturale. E' senz'altro un dono e una sfida. La chiesa multiculturale non si improvvisa: si costruisce passo passo, nell'ascolto e nel dialogo, offrendo nuovi strumenti ai pastori e ai laici, facendo spazio a una nuova leadership, accettando di modificare alcuni aspetti del culto. Insisto: è un dono che ci arricchisce ma che, al tempo spesso, ci impegna e ci spinge al cambiamento. E come tutti i cambiamenti anche questo può essere faticoso.

F: Nell'accezione "protestante" si includono generalmente tradizioni ecclesiastiche molto differenti, che vanno dal protestantesimo storico al pentecostalismo. Oggi non disponiamo ancora di dati precisi su come si suddivide l'appartenenza religiosa degli immigrati protestanti. Le Chiese valdesi e metodiste quale fenomeno stanno vivendo in termini quantitativi?

MB: In realtà le distinzioni terminologiche sono ancora più complesse. Quanto ai dati, secondo le stime di Essere chiesa insieme - il programma della Federazione delle chiese evangeliche in Italia che sta producendo una ricerca specifica su questo tema - ormai il 15% delle chiese valdesi e metodiste è composto da fratelli e sorelle provenienti da paesi come il Ghana, la Nigeria, il Togo, la Costa d'Avorio, la Corea, le Filippine. Altri ancora arrivano dall'America Latina.

F: Il Sinodo delle Chiese Metodiste e Valdesi da molti anni si occupa delle modalità attraverso cui riuscire ad accogliere e promuovere la partecipazione degli stranieri, nel quadro di una riflessione coordinata all'interno della FCEI. Come definirebbe il programma Essere Chiesa Insieme dovendolo spiegare a qualcuno che non conosce la realtà del protestantesimo in Italia?

MB: Essere Chiesa Insieme è un laboratorio di idee, che produce strumenti e programmi rivolti tanto alle comunità locali che alle leadership nazionali. In altre parole è un gruppo di persone che hanno esperienza diretta di lavoro in comunità multiculturali, che lavorano per mettere a disposizione delle nostre chiese degli strumenti di analisi e di lavoro. Si va dai corsi di formazione per pastori e laici alla produzione di materiali di studio, dalle liturgie per particolari occasioni alla consulenza per affrontare problemi particolari. Un nuovo ambito di lavoro di Essere Chiesa Insieme è costituito dalle ricerche sul campo: so, ad esempio, che stanno lavorando a una mappatura delle presenze di immigrati nelle chiese della Federazione e che a breve presenteranno i risultati di un'indagine sull'immigrazione in Campania dove valdesi e metodisti gestiscono una significativa rete di centri diaconali. Comunque per saperne di più invito a visitare la sezione del sito della FCEI dedicata a Essere Chiesa Insieme.

F: L'arrivo di molte persone da tradizioni ecclesiastiche differenti comporta una riflessione sulle diverse modalità attraverso cui si concepiscono l'essere comunità, le tradizioni liturgiche e la relazione con i processi democratici e rappresentativi della Chiesa. A che punto è questa riflessione e quanto sta coinvolgendo la Chiesa nel suo insieme?

MB: Il problema non è la riflessione ma la pratica. Da Palermo a Udine, tante nostre chiese sono impegnate nella ricerca di un equilibrio tra la loro identità tradizionale e la nuova realtà multiculturale che stanno vivendo. L'esperienza sul campo mi dice che non esistono ricette che possano essere rigidamente applicate senza considerare le specifità locali, il percorso fatto dalla comunità, la particolarità di ogni situazione. La Chiesa valdese, diversamente da altre, ha scelto una strategia che è quella di pensarsi e costruirsi in una prospettiva multiculturale. "Essere chiesa insieme" è quindi una direzione di marcia che invita tutti a costruire chiese multietniche in cui diversi linguaggi e diverse sensibilità possano coesistere nel nome dell'unità delle confessione di fede e del comune impegno per Cristo. Ma senza rigidità.

In questo percorso entrano infatti anche elementi sociologici oltre che teologici o ecclesiologici: nell'incontro interculturale sia gli italiani che gli immigrati temono di perdere più di quello che potrebbero guadagnare. Ci sono quindi resistenze a mettersi in gioco ed a cercare di vivere il culto, la fede, il tempo dedicato alla Chiesa in forme nuove magari da inventare. Pur avendo una strategia che va nella direzione della piena condivisione della vita comunitaria, dobbiamo essere pronti a vivere anche altre esperienze. Ed è quello che accade in alcune realtà.

F: Il Sinodo ha avviato nel corso di questi anni numerose riflessioni che hanno coinvolto le chiese metodiste e valdesi, su temi etici o di rilevanza sociale, come il testamento biologico e il fine vita, l'omoaffettività e ancora il cambiamento delle forme di organizzazione familiare, la ricerca sulle staminali, ecc. Tali riflessioni coinvolgono necessariamente la lettura che una comunità di fede ha della società e della sua relazione con le Scritture. Da questo punto di vista che tipo di dibattito vi è stato con la componente immigrata delle chiese?

MB: La decisione sinodale sulle benedizioni delle coppie omosessuali ha incontrato l'opposizione di tanti fratelli e sorelle immigrati, soprattutto africani, che come noi hanno vissuto questa differenza di opinioni come una dolorosa lacerazione nel cammino di comunione che stiamo vivendo. Sui temi etici riscontriamo quindi differenze importanti. Ma mi piace sottolineare due cose per me molto rilevanti e incoraggianti: la prima è che il dialogo prosegue in varie sedi, la seconda è che in questa occasione sorelle e fratelli immigrati hanno parlato forte e chiaro di fronte a quella che era ed è la "loro" chiesa. In altre parole la lacerazione è stata più dolorosa perché più forte è il senso di appartenenza e di condivisione. Questo mi pare un aspetto importante perché apre lo spazio a un cammino comune di ricerca e di confronto.

F: L'ecumenismo tra le Chiese cristiane non sta vivendo uno dei momenti più alti della sua storia. Eppure il tema dell'accoglienza degli immigrati e della loro piena integrazione nel contesto della società ospitante sembra essere uno dei piani su cui il dialogo ecumenico riesce a toccare i punti di maggiore coinvolgimento. E' così? E , se si, quale lettura si può dare di questo fenomeno?

MB: Sì è così. L'accoglienza agli immigrati è il terreno più avanzato delle relazioni e della pratica ecumenica di questi anni. Questo dato è ambivalente. Da una parte infatti ci conferma nella convinzione profonda che l'ecumenismo non è solo "credere" insieme ma anche "fare" insieme, e fare per chi è più debole e discriminato. D'altra parte l'ecumenismo non può essere solo una "buona pratica": è una chiamata all'unità della Chiesa nella ricerca della fedeltà alla Parola di Dio. E su questo piano, duole dirlo, viviamo una stagione particolarmente poco fruttuosa.


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