Le autorità italiane di fronte a Rom e Sinti: note in margine a due libri recenti (ita)

Cosa sta succedendo e cosa si può fare? (ita)

Data: 17.03.2010

Di Giovanni Picker (FIERI e Università di Milano-Bicocca), 17 marzo 2010. Le foto dell'articolo sono di Catalina Tesar e sono scattate a Torino.

Rom e Sinti in Italia. Tra stereotipi e diritti negati, a cura di Roberto Cherchi, and Gianni Loy, Roma, Ediesse, 2009, 268 pp., € 15, ISBN 978-88-230-1365-0

Politiche possibili. Abitare le città con i Rom e i Sinti, a cura di Tommaso Vitale, Roma, Carocci, 2009, 299 pp., € 31, ISBN 978-88-430-5049-9Ne

Ne Il complotto contro l’America (The plot against America, 2004), Philip Roth costruisce un’ucronia descrivendo le politiche anti-semitiche di un immaginario governo USA durante la seconda guerra mondiale. La cronaca degli eventi è narrata dal piccolo Philip, nove anni, la cui perspicacia emotiva riesce a trasmettere al lettore l’impressionante escalation con cui panico morale, politiche pubbliche e infine violenza di stato acquisiscono il carattere di quotidiana banalità agli occhi dei non-ebrei del suo quartiere, Newark. Tale scenario presenta alcune similarità con le azioni istituzionali portate avanti recentemente in Italia nei confronti di Rom e Sinti.

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Sono ormai quasi tre anni (maggio 2007) da quando il governo italiano ha firmato due patti significativi con i sindaci di Roma e Milano: “Patto per Milano sicura” e “Patto per Roma sicura”, nei quali i “campi nomadi” e le questioni legate a “immigrazione e integrazione” sono elencate come le due principali cause di un presunto crescente senso di insicurezza tra i cittadini. [1] Sebbene in linea con una lunga tradizione nostrana di discriminazione istituzionale nei confronti di Rom e Sinti,[2] questi due patti segnano l’inaugurazione di una nuova politica nazionale e locale, orgogliosamente sorretta dal linguaggio della sicurezza e della legalità.

Invece di proteggere una minoranza storicamente non rappresentata e vulnerabile (i Rom e i Sinti non sono stati inclusi tra le minoranze storico-linguistiche previste dalla legge 482/99), le istituzioni italiane negli ultimi anni sembrano essere interessate a far fronte a una situazione di “politiche di segregazione o de facto esclusione di membri di un gruppo [Rom] dalla vita politica, economica, sociale e culturale”[3] esclusivamente attraverso misure di emergenza. In tale contesto appare di notevole interesse porsi la domanda “in quali condizioni è possibile l’integrazione sociale di Rom e Sinti in Italia?”.

Partendo da tale domanda, alcuni accademici provenenti da diverse discipline hanno iniziato recentemente a discutere le relazioni tra strategie politiche e vita sociale dei Rom e dei Sinti in Italia. Due dei primi risultati di tali discussioni sono i volumi Rom e Sinti in Italia. Tra stereotipi e diritti negati (2009), curato dai giuristi Roberto Cherchi and Gianni Loy, e Politiche possibili. Abitare le citta con i rom e i sinti (2009), curato dal sociologo Tommaso Vitale. E’ di valore particolarmente euristico leggere questi due volumi in parallelo poiché essi forniscono una panoramica svincolata dalle approssimative analisi mediatiche sulle relazioni tra istituzioni pubbliche e vita sociale Rom. Essi rispondono in modo sistematico e rigoroso a due principali domande: 1. Cosa sta succedendo all’interno delle pratiche politiche nei confronti dei Rom e Sinti in Italia? 2. Quali sono le principali ragioni della contemporanea discriminazione e cosa può essere fatto per arrivare a una sostenibile integrazione sociale?

La prima domanda è alla base del volume curato da Cerchi e Loy, il quale si concentra sui fattori sociali e legali che hanno reso possibile la recente ondata di discriminazioni. Si tratta di dieci concisi saggi, tre dei quali si riferiscono alle leggi italiane e alle recenti evoluzioni della discriminazione istituzionale; altri tre delineano la storia di Rom e Sinti in Italia; seguono due rapide panoramiche sull’esclusione dei Rom dalla vita politica; infine, due piccole storie sulla quotidiana vita di Rom e Sinti in Italia. La mancanza di un’introduzione e di una conclusione suggerisce che lo scopo del volume è quello di tracciare un quadro generale di Rom e Sinti nel contesto italiano. L’argomento centrale del lavoro è la cornice legale più adatta entro la quale Rom e Sinti come gruppo sociale possono essere analizzati, e in particolare il loro posto all’interno della legislazione concernente il diritto antidiscriminatorio e le relative norme che regolano lo status di straniero.

Nel primo capitolo Loy suggerisce che le ragioni della nuova ondata di politiche discriminatorie nei confronti dei Rom devono essere ricercate in una lunga e radicata tradizione di pregiudizi. L’autore discute in modo esaustivo l’impatto di tali pregiudizi sulla contemporanea produzione di testi legali e amministrativi da parte delle autorità di governo. In particolare, riprendendo un intervento di Claudio Fava al Parlamento Europeo, si sofferma sui modi in cui si sta “reintroducendo il concetto di razza nell’impianto giuridico del nostro paese” (Cerchi e Loy 2009: 32). Nonostante questa asserzione possa apparire alquanto sorprendente, in particolare alla luce delle leggi razziali fasciste del 1938, essa è significativa in relazione al decreto ministeriale n. 3678 del 31 maggio 2008, che ordina il censimento e l’identificazione di persone che vivono nei campi nomadi.[4] Tale decreto è stato aspramente criticato da media indipendenti in tutto il mondo, e il 10 luglio 2008 dichiarato atto di discriminazione razziale (“act of racial discrimination”) dalla risoluzione n. 336 del parlamento europeo.[5]

Il governo italiano allora giustificò tale misura notando che l’identificazione non era stata attuata su basi etniche, ma solamente in relazione al luogo (i campi nomadi) dove alcune “persone” (mai chiamati Rom) vivevano, e continuò con le pratiche di identificazione e censimento. Nonostante l’evidente scarto tra la risoluzione del Parlamento Europeo e la giustificazione del governo, nessuno dei saggi nel libro si concentra sulla retorica governativa che descrive quel decreto e le pratiche che esso ordina come non-discriminatori. Analizzare le costruzioni logiche e ideologiche di quella retorica permetterebbe probabilmente di capire meglio le premesse di tipo “razziale” che sottostanno a quelle azioni istituzionali, valutando in tal modo se esse siano parte di un preciso progetto politico-culturale o estemporanee conseguenze di percezioni e stereotipi condivisi.

La seconda domanda (“quali sono le principali ragioni della contemporanea discriminazione e cosa può essere fatto per arrivare a una sostenibile integrazione sociale?”) costituisce il tema centrale del libro curato da Vitale, nel quale vengono discussi una ventina di contesti locali in Italia (con l’aggiunta di un caso francese) dove il “problema nomadi” è stato regolato con successo da politici locali e società civile. L’obiettivo del lavoro è di proporre un framework comparativo per accademici, attivisti, e autorità locali, al fine di sviluppare azioni politiche, sociali e amministrative che privilegino le specificità di ogni società locale. A una breve introduzione, seguono cinque parti. La prima è un’analisi storica, legale e culturale delle condizioni dei Rom nell’Europa di oggi; la seconda parte tratteggia alcuni casi studio concentrandosi sulle dinamiche comuni ai conflitti locali che coinvolgono i Rom. La terza e la quarta sono le parti centrali del libro. Si tratta di narrazioni da parte di attivisti, assistenti sociali, responsabili di associazioni attive nel sociale, e ricercatori, che analizzano due principali aree di intervento: da un lato la scuola, la sanità e il lavoro (terza parte) e dall’altro possibili alternative ai campi nomadi (quarta parte). Vengono discussi solamente casi di politiche di integrazione riuscite, i quali nelle conclusioni vengono comparati “non per esemplificare” ma “per indeterminare” (Vitale 2009: 267) i risultati di ricerche precedenti che suggerivano l’esistenza di un unico framework di policy per Rom e Sinti. Infatti, nel corso di precedenti ricerche comparative sulle politiche locali, Vitale aveva riscontrato una mancanza di eguale trattamento tra Rom e non-Rom, evidenziando il fatto che le uniche due pratiche amministrative portate avanti fossero il confino dei Rom in campi nelle periferie urbane e gli sgomberi operati dalle forze dell’ordine. I casi studio analizzati nel libro, invece, suggeriscono che l’implementazione di politiche sociali di integrazione non è solo possibile, ma anche politicamente vantaggiosa, poiché se accompagnate e partecipate, le iniziative di integrazione sociale nel lungo periodo sono destinate a ridurre notevolmente l’intensità dei conflitti locali in relazione agli insediamenti Rom e Sinti.

A partire dai risultati della comparazione, nelle conclusioni (quinta parte), il curatore individua tre principali condizioni per la riuscita delle le politiche sociali di integrazione rivolte a Rom e Sinti. Prima condizione, l’uso di diversi strumenti di azione pubblica per andare oltre il campo nomadi, come le case popolari, l’autocostruzione, e le aree attrezzate per la residenza e il transito. Seconda condizione, incoraggiare i Rom e i Sinti a partecipare nei processi decisionali, in modo che possano fornire consulenze agli amministratori locali a proposito della pianificazione urbana e dell’implementazione di ogni azione pubblica concernente i Rom. Terza condizione, fare uso di politiche pubbliche integrate tra le diverse aree come la sanità, il lavoro, e l’housing, così che i criteri per la loro valutazione non siano settoriali e segmentati, ma riguardino complessivamente la qualità della vita di Rom e Sinti.

Per quanto ricco, il libro curato da Vitale lascia un’importante domanda senza risposta: cosa hanno in comune i casi analizzati al di là del fatto che si riferiscono a Rom e Sinti? In altre parole, cosa distingue i Rom e i Sinti dal resto della società italiana, e come gli amministratori locali possono riconoscere tale differenza senza cadere in quel che l’autore chiama “trattamento differenzialista”? Sulla base delle mie ricerche tra gli amministratori locali nel caso di Firenze - presentato nel volume come uno di quelli maggiormente riusciti - le politiche locali non sono state guidate da strategie di lungo termine. Piuttosto, l’urgenza, l’orizzonte caritatevole, l’uso dello spazio urbano per venire incontro alle esigenze della cosiddetta “cultura zingara” e altre questioni pre-politiche mi sembrano essere stati i principali riferimenti della governance dei Rom in città. Vitale, invece, basandosi sui presupposti pragmatici di alcuni teorici sociali francesi come Thévenot, è più ottimista. Certamente questo lavoro è un una preziosa collezione di casi-studio ed è soprattutto la prima proposta di analisi comparativa di questo tipo nel contesto italiano. Per questa ragione esso è in grado di incoraggiare altre ricerche trans-locali sulle politiche nei confronti di Rom e Sinti estendendo l’unità di analisi a tutto il territorio europeo.



[1] I due patti sono consultabili sul sito della Prefettura di Milano [Pdf] e su quello del Ministero degli Interni [Pdf] - (ultimo accesso, 10 marzo 2010 - come tutti i documenti citati in questo articolo)

[3] Report CERD (Committee on the Elimination of Racial Discrimination) 2008: 13. Il report è consultabile a questo indirizzo [Pdf] (la traduzione del passo citato è dell’autore).

[4] Il testo del decreto è consultabile sul sito www.governo.it [Pdf]

[5] Il testo della risoluzione è consultabile sul sito www.europarl.europa.eu (la traduzione del passo citato è dell’autore).

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