La questione Rom non si affronta con scorciatoie

Data: 28.08.2010

Giovanna Zincone

I paesi neocomunitari non possono pensare di continuare a ‘convogliare’ minoranze scomode sui vecchi membri, i vecchi membri non possono pensare di risolvere i loro problemi rispedendo in blocco Rom comunitari al mittente. La Commissione dell’Unione Europea ha rimproverato a suo tempo l’Italia e ora la Francia per aver interpretato in modo troppo estensivo i limiti posti alla libera circolazione dei cittadini dei paesi membri dalla Direttiva del 2004. Tuttavia questi limiti ci sono e in questi giorni di polemica molti li hanno ricordati: il cittadino comunitario non solo non deve rappresentare un rischio per la sicurezza, la salute e l’ordine pubblico del paese ospitante, ma neppure un ‘irragionevole onere ’ per l’assistenza sociale, si può quindi pretendere che certifichi un minimo di reddito se vuole risiedere e non semplicemente soggiornare per massimo tre mesi.

La stessa Direttiva non rinuncia però ad applicare alcuni principi chiave della civiltà giuridica europea: la proporzionalità della pena e perciò chiede che le eventuali espulsioni siano una sanzione estrema e comminata ai casi più gravi; la praticabilità delle ingiunzioni e quindi che si dia almeno un adeguato preavviso a chi deve lasciare il territorio; il diritto a ricorrere; la non discriminazione, quindi che l’espulsione avvenga sulla base di responsabilità e inadempienze individuali e non con riferimento a un carattere collettivo quale l’appartenenza a minoranza etniche.

Anche Alemanno ha ricordato alcuni di questi inamovibili paletti. Dunque, se e finché la Direttiva non sia riformata, posto che sia opportuno farlo, i Governi dei paesi membri devono attenersi alle procedure richieste. Quella dei Rom è un’emergenza europea, come è stato rilevato dal Programma delle nazioni Unite per lo Sviluppo, e come il Parlamento Europeo ha evidenziato più volte, va trattata quindi trattata di concerto a quel livello, ma è tuttavia una questione che si affronta soprattutto con interventi a livello locale e nazionale. Ai vari livelli servirebbero linee guida stabili, sensate, preferibilmente condivise. Per ora così non è. Si stanno scontrando soluzioni e immaginari antitetici, ugualmente inadeguati.

Non è saggio interpretare la minoranza Rom semplicemente come una comunità di vittime da proteggere o peggio ancora come un gruppo la cui specificità culturale giustificherebbe crimini e atti devianti. D’altra parte, non si può rinchiudere un’intera variegata comunità dentro una visione stereotipata e peggio ancora condannarla in blocco come irrimediabilmente persa al vivere civile. Penso, ad esempio, a due sentenze speculari: la prima fu esageratamente generosa un padre che utilizzava i figli per rubare tirando in ballo una presunta specificità culturale, l’altra sentenza evidenziò in una ragazzina di 15 “concreti rischi di recidiva” perché “l’adesione agli schemi di vita Rom per comune esperienza determinano nei loro aderenti il mancato rispetto delle regole”.

Gli stereotipi a doppio taglio fanno comunque danni. Una malintesa tolleranza non aiuta ad uscire dal ghetto e la sola severità di certo non basta. Non si possono ignorare gli alti tassi di devianza, i troppo frequenti comportamenti scorretti nei confronti di donne minori, ma sarebbe un madornale errore considerarli ‘normali’ per loro, una seconda natura. Molti dei suoi membri non seguono comportamenti scorretti. Inoltre bisogna chiedere a tutti i membri di questa comunità di rispettare le regole, ma metterla al contempo in condizione di farlo. Una parte troppo vasta di loro vive ancora in condizioni igieniche e abitative inaccettabili. Mandare i figli a scuola da campi decentrati e non collegati è spesso difficile. Chi vuole trovare lavoro deve superare un solido muro di pregiudizi. Le aspettative di vita dei Rom sono mediamente molto più basse del resto degli italiani perché hanno minore accesso ai servizi sanitari e vivono in contenti insalubri.

Quando l’alto commissario dell’ONU per i diritti Umani, Navi Pillay, ha visitato il nostro Paese ha espresso considerazioni poco lusinghiere: “Sono rimasta profondamente scioccata dalle condizioni dei campi”, ha detto dopo aver visitato il campo nomadi di Via Marchetti a Roma. “Per un momento ho pensato di essere in uno dei Paesi in via di sviluppo più poveri e non in uno dei Paesi più ricchi al mondo”. I Rom sono particolarmente impopolari nel nostro paese. Non li vorrebbe come vicini di casa il 47% degli italiani contro una media europea del 24%. Una ricerca del 2010 sui giovani italiani su una scala di simpatia che va 1 a 10 ha segnato per i Rom e Sinti il voto minimo tra tutti i gruppi citati: 4,1. I

n Italia, a livello locale, sono già state sperimentate misure di successo a cui ispirarsi per varare finalmente un piano di intervento nazionale. Ma nell’ultima campagna per le elezioni regionali, le amministrazioni che avevano utilizzato fondi per creare per condizioni di vita accettabili per i Rom sono state accusate di sottrarre risorse a cause più degne. Limitarsi a sparare sugli ‘zingari’ elettoralmente rende. Se si torna alle urne, aspettiamoci il peggio.


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