La casa lontano da casa: intervista all'autrice Irene Ponzo (ita)

Data: 17.11.2009

E' disponibile nelle librerie l'ultimo volume della collana di FIERI pubblicata da Carocci, da titolo "La casa lontano da casa", di Irene Ponzo. I volume è stato presentato alla Feltrinelli di Torino. Abbiamo chiesto all'autrice di spiegare alcuni degli aspetti più interessanti della ricerca e quali siano i risultati cui si è giunti.


(ita)
Perchè è importante indagare il tema dell'accesso alla casa da parte delle comunità immigrate? Quali elementi fornisce rispetto alla conoscenza dei livelli di integrazione?

L’accesso alla casa è in genere ritenuto, insieme al lavoro, il più importante fattore di inclusione. Non è un caso che sia un indicatore utilizzato in pressoché tutti gli indici di integrazione. Al di là della sua valenza teorica per “stimare” l’inserimento della popolazione immigrata nella società di accoglienza, è intuitivo come avere o non avere una casa o anche solo disporre di una casa più o meno adeguata abbia un impatto rilevante su molti aspetti della vita. Faccio alcuni esempi. Vivere in una casa senza riscaldamento e con gravi problemi di umidità può avere ripercussioni gravi sulla salute di chi la abita. Non avere uno spazio tranquillo per studiare difficilmente aiuta ad essere alunni brillanti. Dover condividere la camera da letto con i figli rischia di incrinare la vita di coppia. Questi sono solo alcuni degli effetti negativi di una “cattiva abitazione” riportati dalle famiglie intervistate e analizzati nel libro.

Dove si è svolta l'analisi e chi ha riguardato?

L’analisi si è svolta a Torino, in cinque quartieri: Centro, Porta Palazzo, San Salvario, San Paolo e Falchera. I primi tre sono zone tradizionalmente caratterizzate da un’elevata presenza straniera, distinte però da alcuni tratti peculiari. Nel Centro appartamenti vecchi e mai ristrutturati convivono con alcuni degli edifici più eleganti della città, all’Università, a sedi di banche e uffici, che rendono quest’area una meta di lavoro, di studio o di svago per molti torinesi; a Porta Palazzo prevalgono edifici popolari, i residenti sono contraddistinti da un profilo sociale fragile e la fama del quartiere continua a essere quella di un’area degrada e insicura; San Salvario, sebbene a volte sia ancora teatro di tensioni tra italiani e stranieri, sta diventando il quartiere multietnico e bohemien di Torino, interessato da una vivace rigentrification giovanile. San Paolo e Falchera sono invece due quartieri verso cui gli stranieri si stanno spostando; anche a Torino è infatti in corso quel processo di redistribuzione sul territorio cittadino tipico delle fasi mature dell’immigrazione. Sebbene fossero entrambi quartieri operai, San Paolo ha largamente perso questa connotazione, mentre Falchera continua in parte a mantenerla. Inoltre, mentre il primo è un borgo storico nato a seguito delle espansioni extra daziarie di Torino di fine ‘800, il secondo si trova nella periferia Nord della città, in un’ex-zona industriale sviluppatasi negli anni delle forti migrazioni dal Meridione d’Italia. Riguardo al “chi”, la ricerca si è concentrata sulle famiglie di nazionalità rumena e marocchina con figli piccoli residenti in queste cinque aree della città. La scelta di limitarsi alle famiglie con figli è stata dettata sia dalla volontà di guardare alla parte di popolazione straniera maggiormente stabilizzata e radicata sul territorio, sia dal tentativo di individuare soggetti con “carriere abitative” lunghe.

Quale metodo hai utilizzato?

Ho intervistato 50 famiglie, 25 rumene e 25 marocchine. Si è trattato di interviste semi-discorsive (scarica il PDF). Ho contattato le persone presso le scuole materne ed elementari, per individuare più facilmente famiglie con figli piccoli e residenti nei cinque quartieri che mi interessavano. Quando ho potuto, sono anche andata a casa loro, così da raccogliere ulteriori dettagli attraverso l’osservazione diretta. Ho poi cercato di scandagliare anche il lato dell’offerta abitativa sentendo diverse agenzie immobiliari e associazioni di piccoli proprietari, oltre ad alcuni istituti di credito con i quali ho affrontato la questione dei mutui accesi dagli immigrati per l’acquisto della casa. Il volume esamina infatti diversi regimi abitativi: l’affitto sul mercato privato, l’affitto nell’edilizia residenziale pubblica e la proprietà.

Puoi riassumere a quali conclusioni generali si giunge in relazione agli indicatori presi in esame?

È difficile parlare di conclusioni generali perché si tratta di una ricerca esplorativa, che come tale prende in considerazione molteplici aspetti dell’abitare, da quello economico a quello della condizioni della casa, da quello relazionale a quello territoriale. Posso dire che di norma si tratta di percorsi caratterizzati da un progressivo miglioramento delle condizioni abitative. Ma questo è noto: il percorso dell’immigrato è in genere contrassegnato da una partenza molto difficile e da successivi avanzamenti nella sfera dell’abitare e non solo. Forse è più interessante vedere come gli intervistati, sebbene si trovino spesso di fronte al rischio di perdere la casa, riescano quasi sempre a superare le difficoltà in maniera positiva mantenendo l’abitazione in cui abitano o trovandone un’altra di uguale qualità. Potremmo dire che dalla ricerca sono emersi percorsi abitativi costellati da molti ostacoli, di fronte ai quali però gli intervistati difficilmente hanno indietreggiato: gli stranieri sembrano essere dotati di risorse personali e motivazionali adatte a costruirsi carriere abitative di successo.

Nonostante ciò, gli immigrati mostrano condizioni abitative molto differenti. È naturale che sia così: stiamo parlando di oltre 4 milioni di persone. Gli stranieri vengono spesso trattati come un gruppo socialmente omogeneo, ma non lo sono affatto. Nella ricerca ho cercato di mettere in luce questa eterogeneità delle condizioni abitative e di individuare almeno una parte dei fattori che la possono spiegare: lo status giuridico e l’anzianità di residenza in Italia, i modelli familiari a cui è correlato il reddito familiare, le reti e il capitale sociale, le aspettative verso le istituzioni, i pattern migratori.

Si può tracciare una mappa dell'incidenza abitativa degli stranieri a Torino e, se si, come ne hai tenuto conto?

Ormai la presenza immigrata non è più concentrata nelle zone centrali, ma è diffusa in tutto il territorio cittadino. Ho cercato di tenere conto di questo aspetto considerando quartieri differenti, come ho spiegato prima. Stessa cosa per i regimi abitativi: oltre all’affitto sul mercato privato, ho considerato l’edilizia residenziale pubblica e la proprietà.

Il tema della “casa” riguarda da vicino le aspettative del singolo rispetto ad un'idea di vita e di futuro su di un territorio. Dall'indagine quali percorsi di vita emergono? Verso dove si concentra maggiormente lo sguardo: il paese d'origine o quello di residenza?

La ricerca si concentra soprattutto sulla casa nel paese di arrivo, a Torino. Ma ho cercato di indagare anche la situazione abitativa nel paese di origine, guardando a due case differenti: quella in cui si abitava prima della partenza e quella costruita (o ristrutturata) dopo l’emigrazione. Costruire una nuova casa in patria è un’aspirazione comune tra gli emigrati. Alla fine si dà però priorità al luogo in cui si vive, specialmente dopo che la famiglia si è (ri)costituita e la casa diviene il luogo degli affetti, lo spazio in cui si proteggono i propri cari e si viene protetto. Nonostante questo investimento prioritario nell’abitazione del paese di arrivo, per quasi tutti gli intervistati la migrazione si è accompagnata a un percorso di mobilità abitativa discendente; in altri termini, la casa in cui si abitava prima di partire era migliore di quella dove si abita al momento dell’intervista, sebbene la maggior parte degli intervistati viva in Italia da diversi anni. È tuttavia interessante notare che, quando ci si discosta dalla misurazione dei metri quadri e si chiede quale sia la casa preferita tra quella di cui si dispone qui e quella lasciata in patria, la scelta non cade necessariamente su quella più spaziosa e confortevole. La casa rappresenta infatti la materializzazione dei successi e degli insuccessi di un immigrato, dei sacrifici e delle soddisfazioni, dei percorsi di emancipazioni da famiglie patriarcali o di isolamento e rottura dei legami familiari. Ed è anche su queste cose che gli intervistati giudicano la “bellezza” di una casa.

Esistono delle differenze tra le famiglie romene e quelle marocchine in relazione alla casa? Quali gli aspetti peculiari legati alla provenienza?

Anche se l’analisi dei materiali raccolti è fondata per la maggior parte sulla comparazione tra romeni e marocchini, non è la differenza tra i due gruppi nazionali che mi interessava, non è questo l’obiettivo del volume. Intendiamoci, le differenze emerse sono molte. Le famiglie romene, sebbene arrivate più di recente di quelle marocchine, versano in condizioni abitative decisamente migliori; sono più restie a rivolgersi all’edilizia residenziale pubblica; si tengono maggiormente a distanza dai parenti presso cui sono ospitati, dai connazionali con cui condividono l’alloggio, dai vicini di casa. E ci sarebbero ancora molti esempi da fare. Ma io ho utilizzato la nazionalità come una variabile a cui ne sono associate altre; in parte le ho elencate prima: l’anzianità di residenza in Italia, i modelli familiari e le relazioni di genere, i pattern migratori. Le due nazionalità analizzate mostrano forti differenze rispetto a questi aspetti, perciò le ho comparate per cercare di identificare l’influenza esercitata sui percorsi abitativi da questi fattori a cui, come era facile aspettarsi, se ne sono aggiunti altri nel corso dell’indagine. Nelle conclusioni ho tentato di riordinare tutti gli elementi risultati rilevanti nel determinare l’integrazione abitativa raggruppandoli per aree concettuali. Naturalmente è un primo tentativo: le variabili da considerare sono molte e non è facile ricondurle a uno schema concettuale unitario.

All'interno del mercato immobiliare una quota crescente della domanda è occupata da stranieri. Il dubbio riguarda il fatto che il mercato sia pronto per la domanda di casa degli immigrati. Quanto e come si incontrano domanda e offerta? Quali strategie specifiche avete notato dal lato dell'offerta e quali sono le maggiori difficoltà dal lato della domanda?

Nell’ultimo decennio gli immigrati hanno rappresentato uno dei motori del mercato immobiliare. Di recente però la corsa all’acquisto dell’abitazione ha subito un forte rallentamento a seguito dell’aumento dei tassi di interesse tra il 2006 e il 2008 e, successivamente, a causa della crisi. A queste dinamiche si è sommato un mutamento nelle politiche creditizie delle banche: se dalla fine degli anni Novanta avevano iniziato a concedere con una certa facilità mutui a copertura totale del valore degli immobili da acquistare, da qualche anno hanno smesso di farlo e gli aspiranti proprietari stranieri si trovano in difficoltà. In realtà, non sono solo loro ad essere in difficoltà, ma di certo fanno più fatica degli italiani, dato che hanno meno risparmi da parte e non hanno i genitori a sostenerli economicamente. Ricordiamoci che in Italia il principale ammortizzatore sociale è la famiglia, la quale occupa anche un posto di rilievo nelle strategie di accesso alla casa. La famiglie degli stranieri è spezzata dalla migrazione e quindi sono più vulnerabili in caso di aumento dei tassi di interesse sui mutui e risentono maggiormente della variazione delle politiche creditizie. Per il resto, non paiono discriminati dalle banche, che anzi li vedono come clienti appetibili. Nemmeno i proprietari degli alloggi li discriminano, ma solo se si tratta di compravendita. Nel caso dell’affitto la diffidenza verso gli immigrati è altissima. Questo è un atteggiamento sovente denunciato ma, a mio avviso, raramente indagato. Nella ricerca l’ho affrontato tentando di scandagliare i meccanismi cognitivi (e non necessariamente irrazionali) che ne sono alla base. Solo se si capisce un fenomeno lo si può gestire e fronteggiare.

L'abitazione è anche luogo di relazioni. Nei casi che avete preso in considerazione, in che modo si strutturano le relazioni tra gli stranieri e gli “attori” che ruotano intorno all'abitazione?

Nella ricerca ho guardato alla casa anche come luogo di relazione: ho indagato i rapporti con i proprietari, i vicini di casa, gli abitanti del quartiere. La forte preoccupazione che gli italiani mostrano all’idea di avere un inquilino o un dirimpettaio immigrato pare in gran parte liquefarsi quando questa ipotesi diventa realtà. Potremmo dire che quando italiani e immigrati hanno modo di conoscersi, le relazioni sono sostanzialmente buone. La casa si rivela quindi un importante luogo di incontro, una palestra dove esercitarsi alla diversità. L’abitazione, con le sue scale, i cortili interni, i balconi è uno dei principali luoghi in cui stiamo costruendo una società multietnica; ahimè, un luogo forse ancora sottovalutato dalle politiche di integrazione.

(ita)

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