[Dossier] Il voto all'estero nella Romania di oggi. Qualche spunto per una riflessione antropologica

Data: 11.01.2010

Introduzione a cura di Pietro Cingolani
La Romania di oggi, a conclusione delle dibattute elezioni presidenziali, si presenta come un Paese in eterna trasformazione sociale ed economica, dove i cittadini si confrontano giorno per giorno con costi della vita cresenti e con le conseguenze di una recessione che si è abbattuta con più forza che in molti altri stati europei. Il PIL è passato da una crescita di +8% del 2008 a - 8% del 2009, si stima che con l’inizio del 2010 il tasso di disoccupazione sarà raddoppiato raggiungendo quasi il 10%, mentre il valore delle rimesse degli emigrati è caduto bruscamente.


Il benessere del boom economico è stato costruito infatti sulla base di drammatici costi sociali. Secondo un esteso rapporto del 2009 ordinato dal Presidente romeno la povertà relativa è aumentata, e ad incassare di più il colpo sono stati bambini, disoccupati, pensionati, lavoratori in nero e le minoranze storiche come quella dei rom. Gli emigrati guardano da lontano, attraverso la nebbia, e si chiedono quando e come potranno ritornare a casa, posto che considerino la Romania ancora “casa”. Molti migranti di ritorno hanno visto tutte le loro aspettative frustrate e hanno scelto di ripartire per l’estero. Il sentimento più diffuso tra i romeni, emigrati e non emigrati, è la totale sfiducia verso la classe dirigente, una casta inespugnabile e autoreferenziale. Il nepotismo e la poca trasparenza sono considerate dalla gente carattestiche intrinseche a chi detiene il potere, un’eredità degli anni del socialismo così forte da non poter essere estirpata neppure dalle nuove generazioni. Il recente caso scoppiato intorno al film “Francesca” del regista romeno Bobby Paunescu, ci racconta molto di questa diffusa opinione pubblica. Nel film un personaggio cerca di dissuadere la nipote, una giovane maestra elementare di Bucarest, dall’intenzione di partire per l’Italia in cerca di lavoro, affermando che in Italia c’è quella “curva di Mussolini”, letteralmente “quella prostituta della Mussolini”. Questa frase ha fatto indignare Alessandra Mussolini tanto da spingerla a chiedere di bloccare la distribuzione del film in Italia, richiesta poi rifiutata dal giudice di Roma. Ma più che sulla tentata censura è interessante riflettere su quanto questo termine riveli la percezione delle classi dirigenti da parte della gente comune in Romania, dove “curva” è un termine metaforico per definire il voltagabbana, la persona opportunista e incoerente. Lo zio della protagonista rappresenta quella gente comune che, una volta emigrata, ritiene il raggiungimento di determinati obiettivi sociali ed economici frutto esclusivamnete dei propri sforzi.

Alla luce di tutto questo stupisce dunque l’affluenza alle urne nella diaspora verificatasi soprattutto per queste ultime presidenziali. L’analisi di Miruna Cajvaneanu risulta in questo senso illuminante, soprattutto quando evidenzia l’orientamento politico di questo elettorato.

Per comprendere ulteriormente le scelte degli emigrati che sono andati alle urne bisognerebbe procedere ad un’analisi in profondità della composizione socio-demografica. Quale la formazione scolastica, quale il contesto territoriale di partenza, quale la formazione politica e di partecipazione avuta in Romania e in Italia?

La grande domanda che rimane aperta, a 20 anni dalla fine del regime, è quale sia l’eredità antropologica di quell’esperienza nei termini di partecipazione, di senso di cittadinanza, di legami di fiducia tra le persone. L’Europa può contribuire alla ricostruzione di questo patto sociale tra cittadini e classi dirigenti o non ha fatto altro che esarcerbare i conflitti sociali, l’individualismo e le differenze di classe?

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La Romania di oggi, a conclusione delle dibattute elezioni presidenziali, si presenta come un Paese in eterna trasformazione sociale ed economica, dove i cittadini si confrontano giorno per giorno con costi della vita cresenti e con le conseguenze di una recessione che si è abbattuta con più forza che in molti altri stati europei. Il PIL è passato da una crescita di +8% del 2008 a - 8% del 2009, si stima che con l’inizio del 2010 il tasso di disoccupazione sarà raddoppiato raggiungendo quasi il 10%, mentre il valore delle rimesse degli emigrati è caduto bruscamente.
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