Europa e immigrazione: gli interrogativi usciti dalle urne (ita)

Data: 01.07.2009

Ferruccio Pastore, 1 luglio 2009

Spenti i riflettori, che cosa ritenere della recente tornata elettorale europea? Intanto, qualche dato di fondo: se tralasciamo la straordinaria anomalia delle elezioni indiane (nel 2009: 714 milioni di aventi diritto al voto, tasso di partecipazione appena sotto al 60%, partiti fondamentalisti sconfitti), le europee di giugno sono state le più grandi consultazioni democratiche della storia. Un faraonico rito continentale, che per la prima volta ha sancito la riunificazione democratica dell'Europa, ormai quasi completa dopo il duplice allargamento del 2004 e del 2007. Il flop in termini di partecipazione ha però completamente oscurato la valenza storica dell'evento.

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L'ulteriore calo della partecipazione (43%, giù dal 49,5% del 1999 e dal 45,5% del 2004) nasconde tuttavia enormi divari tra paesi: dal 90% e oltre del cuore geografico-istituzionale del continente (Belgio, Lussemburgo) al raggelante 20% o poco più di alcune delle periferie di recente adesione (Lituania, Slovacchia). In proposito, va rilevato il paradosso secondo cui proprio i paesi di più recente ingresso – quelli che oggi beneficiano maggiormente dell'integrazione europea (se non altro, in termini di trasferimenti netti[1]) - hanno mostrato il massimo disinteresse a incidere sulla composizione dei suoi vertici.

L'apatia degli elettori europei non diminuisce quando si tratta di immigrati. Anzi, da questo specifico punto di vista, i risultati del test del 6-7 giugno sono persino più scoraggianti. Prendiamo il caso dei romeni che, a parte qualche isolato voto amministrativo, potevano votare per la prima volta in Italia. Il dato disaggregato sui votanti non è ancora disponibile, ma un'indicazione inequivocabile viene dal numero di coloro che, entro il mese di marzo, avevano effettuato la registrazione necessaria ai fini di poter poi esercitare il diritto di voto: a Roma, su 92.258 cittadini romeni residenti, si sono iscritti in 915; a Torino, in 635 su 39mila; a Milano, su 8.283 risultanti all'anagrafe, solo 270 hanno manifestato l'intenzione di votare! Sono dati che fanno dubitare pesantemente circa l'efficacia della comunicazione pubblica in merito alle modalità di esercizio del diritto. Ma che suscitano dubbi altrettanto profondi sulla sostanza contenuta nel concetto di “cittadinanza europea”, così come sull'impatto reale che, al di là del pur importante significato simbolico, avrebbe l'eventuale concessione del diritto di voto amministrativo agli stranieri extra-UE stabilmente residenti nel nostro paese.

Ma torniamo al quadro più generale. E' un dato di fatto che più il corpo della UE si allarga, più esso sembra svuotarsi di passione. E' un paradosso, originato non soltanto dai nostri bassi livelli di educazione civica, quello per cui più cresce il peso istituzionale del Parlamento, più aumenta la percezione della sua irrilevanza da parte delle opinioni pubbliche. A questi trend, si intravede una sola eccezione di rilievo: l'unico guizzo di passione elettorale (e il tratto di maggiore novità) in queste elezioni sembra essere stata l'affermazione (indiscutibile, sebbene a macchia di leopardo) delle formazioni di destra estrema. Forze generalmente connotate da un antieuropeismo aggressivo, spesso associato a una xenofobia esplicita o a forme di avversione militante a minoranze interne (in particolare, Rom)[2]. Perché solo questa offerta politica si conferma, sempre più nettamente, come quella maggiormente in grado di mobilitare gli elettorati europei?

Xenofobi razionali?

In una delle prime analisi condotte all'indomani del voto, Tito Boeri ha messo l'accento sull'ostilità all'immigrazione come fattore esplicativo di portata generale[3]. Secondo l'economista, siamo di fronte a un generalizzato segnale di chiusura inviato dagli elettorati europei, sempre più preoccupati per la concorrenza immigrata sul mercato del lavoro, e ancor più nell'accesso al welfare. Boeri sottolinea che, mentre storicamente sono le formazioni di sinistra o progressiste ad aver beneficiato delle situazioni di crisi economica (ma, negli anni Trenta, fu così negli Stati Uniti del New Deal, non certo in Europa!), questa volta gli elettori hanno privilegiato i partiti di destra, forse in quanto più credibili – questa è l'ipotesi - quando promettono di tutelare gli autoctoni (aventi diritto al voto), se necessario anche a scapito dei nuovi venuti (perlopiù non aventi diritto al voto).

Pur cogliendo un nodo decisivo, questa interpretazione sembra esagerare l'importanza di un aspetto, la razionalità degli elettori comunitari, e trascurarne un altro, l'eterogeneità del modello sociale europeo. Negare a priori qualsiasi razionalità alla xenofobia è stato a lungo un errore strategico delle socialdemocrazie europee, ma interpretare il voto xenofobo solo come “protesta ragionata” non ci aiuta né a capire fino in fondo il fenomeno, né può aiutarci a tenerlo sotto controllo. La componente emotiva esiste, non va ignorata, e può essere contrastata solo ricorrendo ad antidoti della stesa natura, quindi sul piano dei simboli. Le policy non bastano. In questo, va per esempio dato atto a Sarkozy della novità insita nella sua politica di cooptazione su base etnica nell'élite di governo. Le etno-ministre d'Oltralpe saranno forse state una delusione politica[4], ma sul piano simbolico hanno contribuito a rafforzare il modello neorepubblicano del presidente francese, forse anche bilanciando gli eccessi sicuritari agli occhi dell’elettorato moderato urbano.

L'interpretazione dei risultati elettorali basata sull'equazione “più immigrati, più voti a destra” pecca anche di eccessi di generalizzazione. Per esempio, non spiega perché il consenso apertamente xenofobo cresca anche dove - come in Italia o in Grecia - gli immigrati sono (e saranno ancora a lungo, seppure in misura probabilmemte decrescente[5]) contribuenti netti allo stato sociale e dove la coperta del welfare[6]. Quella semplice equazione, “più immigrati, più voti a destra”, per quanto seducente, non ci spiega neppure perché il consenso “escludente” si impenni anche dove (come in quasi tutto l'Est Europa) di immigrati extra-UE se ne vedono ancora pochi, e sono invece i Rom il bersaglio polemico delle destre emergenti. Bisogna concludere che, in realtà, il fenomeno populista ha tante facce, con somiglianze superficiali e talvolta ingannevoli. Facce comparabili, ma non sovrapponibili. L'immigrazione non è popolare da nessuna parte, in Europa, ma l'intensità e le ragioni di questa impopolarità variano profondamente. Questa eterogeneità renderà forse difficile alle nuove destre rappresentate nel Parlamento europeo costituire aggregazioni stabili ed elaborare piattaforme comuni. Ma renderà altrettanto difficile, a forze che vogliano continuare a battersi per un approccio ragionevole e bilanciato all'immigrazione, svilupparlo e argomentarlo a livello europeo.

2009-2014: una legislatura di chiusura?

Per capire l’impatto di questi risultati elettorali sulle politiche migratorie in Europa, bisogna aspettare l’esito di alcuni test importanti, che si svolgeranno nei prossimi mesi.

Il primo sarà di natura squisitamente politica: che tipo di rapporti si stabiliranno tra partiti conservatori e nuove formazioni della destra radicale, in seno al nuovo Parlamento? Reggerà la conventio ad excludendum che finora ha governato il gioco politico a Bruxelles e Strasburgo? Oppure le destre radicali riusciranno a costruire un'aggregazione coesa e a conquistare così voce in capitolo nei processi decisionali? I primi segnali significativi in merito giungono dalle manovre per la costituzione dei gruppi in seno al Parlamento europeo. In base ai nuovi (e più esigenti) criteri, per formare un gruppo ci vogliono almeno 25 parlamentari eletti in almeno sette paesi diversi. Su questa base, si è formato un gruppo di destra, erede del vecchio Europa delle Nazioni, i cui due maggiori pilastri sono il britannico UKIP e la Lega. In questo gruppo, neo-costituito, non sono state accolte formazioni minoritarie e non di governo portatrici di un discorso apertamente xenofobo od ostile a minoranze interne[7]. Questa scelta sembra delineare un “crinale di rispettabilità” che potrebbe governare la formazione di maggioranze nella legislatura che si sta aprendo. Ma, per una valutazione più accurata, occorrerà seguire da vicino le dinamiche parlamentari nei prossimi mesi e anni.

La seconda questione, strettamente connessa alla prima, riguarda l'agenda politica. Nell'ultimo decennio, le politiche migratorie europee hanno indubbiamente privilegiato la dimensione del controllo, ma senza mai sacrificare la conformità di facciata a un approccio equilibrato e aperto, sia in termini di ingressi legali che di diritti per i nuovi arrivati. Persino il Patto europeo sull’immigrazione e sull’asilo, adottato dal Consiglio europeo di ottobre 2008 su proposta del governo francese, oggettivamente tra i più chiusi verso nuovi flussi, proclama che “L’immigrazione zero è una pura illusione. Le migrazioni organizzate e legalmente inquadrate possono rappresentare un’opportunità di sviluppo perché fattore di scambi umani e di crescita. In particolare per i paesi in cui lo sviluppo economico e l’invecchiamento della popolazione creano un bisogno crescente di nuova immigrazione legale”[8].

Sulla carta, il Programma di Stoccolma, che dovrà definire linee-guida e priorità delle istituzioni europee per il prossimo quinquennio, rispetterà questo equilibrio[9]. Ma le difficoltà che la presidenza di turno svedese sta incontrando sui terreni dell'immigrazione legale e dell'asilo evidenziano il rischio di un ulteriore sbilanciamento della linea europea in materia migratoria[10]. In questo quadro politico, se il trattato di Lisbona dovesse finalmente entrare in vigore, con il conseguente passaggio dell’intera materia migratoria alla procedura legislativa ordinaria (con maggioranza qualificata e co-decisione del Parlamento), il grado di concentrazione dell’agenda sulle misure restrittive potrebbe crescere. Sono finiti i tempi in cui, in tema di immigrazione, “più Europa” voleva dire, quasi automaticamente, “più apertura”.



[1] In termini di standard di vita, però, solo una maggioranza limitata (62%) degli europei dell’est ritiene che l’adesione alla UE abbia portato a un miglioramento complessivo (Eurobarometer, Views on European Union Enlargement. Analytical Report, febbraio 2009, (cfr. tab. 1, p. 9).

[2] Per una sintesi, vd. L’avanzata delle formazioni apertamente ostili a immigrazione e minoranze etno-culturali nelle elezioni europee 2009. Scheda di sintesi, a cura di Matteo Scali. I risultati delle elezioni nei 27 paesi membri sono disponibili a partire da questa pagina.

[3]T. Boeri, E’ l’immigrazione, bellezza, 9 giugno 2006.

[4] Nel rimpasto del 23 giugno, Rama Yade è stata declassata da sottosegretario per i diritti umani a responsabile dello sport; Rachida Dati ha perso la poltrona di ministro della giustizia, per andare al Parlamento europeo; solo la segretaria di stato per le politiche urbane, Fadela Amara, resta per ora al suo posto.

[5] G. Zincone, Gli immigrati rendono più di quanto costano, La Stampa, 30 maggio 2009.

[6] Ma l'occupazione straniera sembra reggere meglio l'impatto della crisi: nel primo trimestre 2009, a un calo drastico degli occupati italiani (- 426.000) corrisponde una crescita dell’occupazione straniera (+ 222.000) (Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro. I trimestre 2009). Il dato si spiega, almeno in parte, con il fatto che settori migrant-intensive, come la cura alle persone e l'assistenza domestica, sono meno direttamente legati alla contingenza economica.

[8] Testo completo in questa pagina.

[9] Le proposte della Commissione europea in materia sono contenute nella recente comunicazione su “An area of freedom, security and justice serving the citizen”, COM (2009) 262/4, 10 giugno 2009.

(ita)

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