Caro Ricolfi, quel diritto è liberale

Data: 20.05.2009

Articolo di Ferruccio Pastore, Direttore di FIERI, pubblicato sul quotidiano Europa, il 13 maggio 2009

Ha ragione il ministro dell’interno: le intercettazioni in alto mare effettuate a partire dal 7 maggio scorso rappresentano una «svolta storica». Non solo in senso politico, ma anche tecnico. Per capire, bisogna fare un salto indietro di dodici anni, quando la “emergenza clandestini” era localizzata nel Canale di Otranto. Nel 1997, oltre 100 migranti in provenienza dall’Albania morirono nell’affondamento della motovedetta Kater i Rades, speronata colposamente dalla nave italiana “Sibilla”.
Al di là delle responsabilità penali del comandante italiano, quel tragico episodio indusse  una drastica revisione dei metodi operativi. Non più intercettamento ma salvataggio, se necessario; se no, accompagnamento al porto più vicino per le procedure di identificazione, con la scrematura tra richiedenti asilo e clandestini suscettibili di respingimento.
Questa prassi, in linea con gli standard internazionali, è stata seguita fino a giovedì scorso. Fu seguita, d’altra parte, anche negli anni del secondo governo Berlusconi. Anche allora, nell’inverno 2004-5, un’ondata di espulsioni effettuate dall’Italia  verso la Libia mediante voli charter, aveva attirato una dura condanna del parlamento europeo e un ordine di sospensione da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma, diversamente da ora, si trattava di espulsioni a partire dal suolo italiano. Non era contestata la violazione del diritto di asilo, ma la natura collettiva e indiscriminata di quelle espulsioni. Insomma, violazioni procedurali meno gravi del calpestamento di diritti che ci viene contestato oggi. D’altronde, la discontinuità profonda segnata dalle operazioni che continuano in queste ore è riconosciuta con nettezza anche dall’ex ministro dell’interno Giuseppe Pisanu sul Sole 24 Ore del 12 maggio.
Ma voci pacate come quella di Pisanu sono rare. Su La Stampa dello stesso giorno, invece, Luca Ricolfi bolla ogni critica come espressione di uno «snobismo di sinistra», che sarebbe generato da un distacco quasi patologico dalla realtà. Critiche di sinistra? Astratte? Ma siamo sicuri? Il diritto di asilo, in realtà, rappresenta  forse il frutto più caratteristico e avanzato  della cultura liberale novecentesca. Non a caso, le sinistre, in assemblea costituente, vi si opposero. Erano consapevoli che il diritto di asilo era ed è una potentissima leva antitotalitaria inserita negli ingranaggi delle relazioni internazionali. Il vero paradosso è che oggi sia un partito che si erige a paladino delle libertà a mettere a repentaglio quella libertà primaria che è il diritto di fuga. E tutto ciò con la imprescindibile collaborazione del più illiberale tra i regimi nordafricani. Che fare allora?
Nessuno ha ricette magiche per un problema di queste proporzioni. Ma mettere un coperchio poliziesco sull’Africa non è una soluzione. Per questo, sono meritevoli di approfondimento gli spunti proposti dall’ex sottosegretario agli esteri Piero Fassino, che alla fine del decennio scorso aveva spinto con successo per la firma di un gran numero di accordi di riammissione con i paesi a noi vicini da cui proveniva allora la maggior parte dei migranti irregolari. Dopo la superficiale assoluzione degli intercettamenti in mare che aveva fatto a caldo, in un’intervista al Corriere della Sera l’attuale responsabile esteri del Pd si rende conto del nodo rappresentato dal diritto d’asilo e invita a esplorare  soluzioni innovative, basate su forme di off-shore processing delle domande di asilo.
In parole povere, si tratterebbe di aprire, in territorio libico o altrove in Africa, centri europei per l’esame delle richieste di protezione internazionale, che distinguano i legittimi richiedenti asilo dai migranti “comuni”, in cui prevalgono motivazioni economiche. Idee analoghe erano state lanciate dal governo Blair alcuni anni fa, ma si erano infrante contro il muro della mancanza di volontà politica. Nessun governo africano acconsentirebbe a una simile delega di sovranità, se non fosse almeno accompagnata da un programma di resettlement (ossia di trasferimento in Europa) dei migranti riconosciuti come rifugiati. Ma qui ci scontriamo di nuovo con la sostanziale assenza di disponibilità all’accoglienza da parte dei governi europei. Governi che oggi magari avanzano anche dei distinguo sull’uso delle motovedette da parte di Maroni, ma sostanzialmente non paiono scontenti che sia l’Italia a fare il lavoro sporco. Non ci sono dunque ricette magiche, ma c’è un enorme lavoro politico da fare, a livello europeo, per conciliare la lotta al traffico di persone, la promozione della stabilità africana e la tutela dei nostri principi fondativi. La svolta decisa da Roma e Tripoli chiuderà forse  una falla, ma lascia che la pressione si accumuli altrove. La temperatura della pentola africana aumenta e  i trafficanti staranno già sperimentando nuove rotte e investendo in imbarcazioni veloci, per eludere il blocco italiano.

Stampa questa pagina (Caro Ricolfi, quel diritto è liberale). Per una nuova finestra usare tasto destro.

Share this page: